Introduzione

Gli anni tra il 2007 e il 2009 saranno ricordati per una serie di eventi economici straordinari. Scatenata dalla crisi immobiliare USA («crisi dei subprime»), nel 2007 è scoppiata una crisi finanziaria che ha comportato, in tutto il mondo, perdite e fallimenti di società attive nel ramo finanziario. A settembre 2008 la situazione è precipitata quando la banca di investimento statunitense Lehman Brothers ha dichiarato fallimento, causando a sua volta una crisi di fiducia nell’intero settore che ha alimentato la dinamica discendente, con importanti ripercussioni sull’economia reale, tanto che a fine 2008 la crisi si era diffusa ad ampi comparti dell’economia mondiale. La crisi economica e finanziaria globale non ha risparmiato nemmeno la Svizzera.

Stando ai dati pubblicati dalla SECO, nel 2008 il prodotto interno lordo (PIL) è salito complessivamente soltanto dell’1,8 % circa, ma alcuni settori hanno iniziato a evidenziare cedimenti soprattutto dal 3. trimestre in poi. Nel 2009 è stato registrato un crollo macroeconomico e si stima che il PIL sia regredito dell’1,5 %, la maggiore flessione annua dal 1975. Particolarmente penalizzate sono state le esportazioni, un comparto importante per l’economia nazionale, in calo del 12,6 % nel solo 2009.

Per far fronte alle difficoltà incontrate dalle banche, molti Stati hanno adottato misure volte a sostenere il settore bancario e a scongiurare una crisi sistemica. Nell’ottobre 2008 il governo USA ha ad esempio varato un pacchetto di aiuti da circa 700 miliardi di dollari, destinato al rilevamento di crediti in sofferenza delle banche per sgravarle dei relativi rischi. In molti Paesi come ad es. Inghilterra, USA, Germania e Islanda si è ricorso alla parziale nazionalizzazione di alcuni istituti bancari. Per proteggere l’economia reale dai contraccolpi della crisi finanziaria, in vari Paesi industrializzati sono stati messi a punto anche massicci programmi di stimolo congiunturale. In Svizzera, le turbolenze abbattutesi sulle piazze internazionali si sono ripercosse soprattutto su UBS, data la sua forte presenza sul mercato americano dei titoli ipotecari garantiti. Nell’autunno 2008 la situazione si è palesata in tutta la sua gravità poiché, nonostante le contromisure, UBS deteneva ancora un numero eccessivamente elevato di titoli illiquidi (ossia temporaneamente invendibili) e altri attivi problematici. Nell’impossibilità di escludere un ulteriore calo di fiducia, sono pertanto stati adottati provvedimenti atti a rafforzare l’intero sistema.

Nell’ottobre 2008 il Consiglio federale, unitamente alla Banca nazionale svizzera (BNS), ha allestito un pacchetto di misure comprendente provvedimenti urgenti per sostenere UBS, banca a rilevanza sistemica. Nel dicembre 2008, attraverso una modifica di legge urgente, è stata rafforzata anche la protezione dei depositanti. Il pacchetto di stimoli destinato a UBS prevedeva il rafforzamento della base di capitale proprio con l’erogazione di CHF 6 miliardi e il trasferimento di attivi illiquidi per un ammontare di USD 38,7 miliardi a una società veicolo della BNS (SNB StabFund). A seguito del grave peggioramento sul fronte economico, a fine 2008 il Parlamento ha deciso di aiutare l’economia reale con un programma congiunturale di CHF 432 milioni, a cui sono seguiti altri due piani nel 2009. Le misure di stabilizzazione possono quindi essere quantificate in circa CHF 2 miliardi.

Nel mondo le banche centrali hanno reagito all’aggravamento delle prospettive economiche con l’adozione di politiche monetarie decisamente espansive. I tassi di riferimento sono stati abbassati a un livello prossimo allo zero, sfiorando così i minimi storici. La Banca nazionale svizzera si è mossa in linea con gli altri istituti centrali, optando per un allentamento senza precedenti della sua politica monetaria che ha consentito alla Svizzera di attutire il contraccolpo del crollo congiunturale. È ancora presto per mettere la parola fine alla crisi, ma negli ultimi mesi del 2009 la congiuntura mondiale è passata da una fase recessiva a una di ripresa. Dal terzo trimestre 2009 anche l’economia elvetica mostra i primi segnali di una lieve crescita e si può affermare che, rispetto ad altri Paesi industrializzati, la Svizzera ha ben gestito la situazione. Determinante è stato il fatto che l’economia nazionale non ha dovuto lottare contro una speculazione eccessiva sul mercato immobiliare. Le banche svizzere, che hanno tratto i dovuti insegnamenti dalla bolla immobiliare degli anni Novanta, hanno introdotto con largo anticipo modelli di rating e un procedimento di fissazione dei prezzi commisurato al rischio, anticipando così i principi fondamentali alla base dei requisiti in materia di fondi propri di Basilea II. In questo contesto hanno svolto un ruolo fondamentale anche la solidità finanziaria delle famiglie e il mercato del lavoro, più robusto rispetto agli altri Paesi. Tuttavia, per la prima volta in 6 anni, nel 2009 l’attività lucrativa è diminuita.

Dopo una flessione verso fine 2008, nel marzo 2009 il mercato svizzero dei capitali si è fortemente ripreso – anche grazie agli interventi della BNS – consentendo l’emissione di numerose obbligazioni. A fronte della difficile situazione congiunturale le condizioni del credito si sono in parte inasprite ma, a differenza degli altri Paesi, in Svizzera non è mai stata registrata una vera e propria stretta creditizia. Oltre a quello dei capitali, anche l’altro mercato importante per il finanziamento delle grandi imprese – il mercato del credito sindacato – ha evidenziato un andamento favorevole, registrando numerose transazioni. In agosto 2009 la Confederazione ha potuto vendere la sua partecipazione nel capitale proprio di UBS realizzando un ricavo netto di CHF 1,2 miliardi. Nel complesso, i proventi del settore bancario si collocano ancora al di sotto dei valori record antecedenti la crisi, ma la maggior parte degli istituti elvetici ha mostrato una buona tenuta in questo periodo e nessuno ha dovuto dichiarare fallimento. Negli Stati Uniti è accaduto l’esatto contrario: nel 2008 e 2009, infatti, ben 165 banche hanno dovuto chiudere i battenti.

Nonostante il trend rialzista, la crisi economica e finanziaria ha lasciato tracce indelebili e le previsioni di crescita per l’economia svizzera e globale rimangono fragili. Si prevedono anche effetti frenanti, che si manifesteranno non appena le misure di stimolo messe in atto in tutto il mondo saranno ritirate. Sul piano politico la crisi ha portato al delinearsi di due orientamenti fondamentali: da un lato, si sono moltiplicate le richieste per introdurre una regolamentazione più severa degli istituti finanziari e dall’altro, è cresciuta la pressione da parte di diversi Paesi in merito al segreto bancario.

Sebbene quello bancario sia uno dei settori più regolamentati di un’economia nazionale, non è stato possibile evitare lo scoppio della crisi finanziaria che, tra l’altro, ha messo in evidenza tutta una serie di fragilità proprie del quadro normativo internazionale. Detto in parole semplici, prima dello scoppio della crisi nel 2007 si riteneva che l’intero sistema bancario sarebbe stato sicuro solo qualora ogni singola banca lo fosse stata e avesse disposto di un adeguato cuscinetto di fondi propri a cui attingere in caso di perdita. Si pensava quindi che il monitoraggio puntuale di ogni singola banca (livello microeconomico) sarebbe bastato per scongiurare automaticamente il crollo di un intero sistema (livello macroeconomico). Un postulato che, alla luce di quanto successo, si è rivelato ingannevole. Il concetto, infondato, prevedeva che nell’eventualità di una crisi le banche si sarebbero potute vedere obbligate a reagire in un modo che avrebbe potuto rivelarsi negativo per il rifinanziamento di altri istituti finanziari.

Ma facciamo un esempio concreto: ammettiamo che in caso di perdita e conseguente riduzione del capitale proprio le banche siano costrette a limitare la concessione di crediti interbancari per continuare ad adempiere i requisiti patrimoniali. Se ciò si traduce in una massiccia stretta del credito interbancario, l’intero sistema finanziario rischia di sprofondare in una crisi di liquidità. Per rafforzare il sistema finanziario e proteggerlo dai rischi sistemici, le istituzioni nazionali e internazionali stanno lavorando a nuove proposte di regolamentazione, focalizzate sugli aspetti microprudenziali (ad es. innalzamento delle prescrizioni in materia di fondi propri per le banche) e macroprudenziale maggiore stabilità del sistema).

A livello internazionale si sono dimostrati particolarmente attivi soprattutto il G20, il Financial Stability Board (FSB) e il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria (Basel Committee on Banking Supervision, CBVB/BCBS), che hanno elaborato una serie di nuove proposte e trattato, oltre alle prescrizioni in materia di fondi propri e liquidità, anche i sistemi di retribuzione e la problematica «too big to fail». Il Comitato è responsabile per le prescrizioni in materia di fondi propri delle banche (Basilea II) e ha in programma la definizione a medio termine di un livello di fondi propri complessivamente più elevato di quello stabilito nelle prescrizioni attuali di Basilea II. Per quanto attiene ai sistemi di retribuzione, trova ampia approvazione soprattutto la formula che prevede una remunerazione orientata al successo persistente della banca. Si intende così evitare un orientamento di breve termine che favorisce maggiormente l’assunzione di rischi elevati. Su incarico del G20, l’FSB ha pubblicato direttive a riguardo. In Svizzera, l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA) ha emanato nel novembre 2009 una circolare sui sistemi di remunerazione, vincolante per alcuni istituti finanziari elvetici.

Al fine di arginare i rischi sistemici, in particolare di istituti ritenuti «too big to fail» o «too interconnected to fail», si richiede anche che in caso di insolvenza le banche possano essere sottoposte a una procedura di liquidazione ordinata. A tale scopo, le banche a rilevanza sistemica dovrebbero redigere una sorta di testamento sotto forma di linee guida da seguire in caso di fallimento. Visto che la maggior parte degli istituti a rilevanza sistemica opera su scala mondiale, sarebbe necessario l’allestimento di un quadro normativo standard internazionale. Al momento della stesura della presente pubblicazione, gran parte di queste proposte è ancora in fase di discussione.

Gli importanti piani di salvataggio e gli ingenti programmi congiunturali hanno notevolmente pesato sul debito pubblico di numerosi Paesi. Molti Stati si vedono quindi costretti a tagliare le spese o a cercare nuove fonti di entrata. Attualmente una delle modalità utilizzate per generare nuovi fondi consiste nel recuperare patrimoni gestiti oltre frontiera su piazze finanziarie concorrenziali ubicate in Paesi più piccoli, per reimmetterli nel proprio apparato. Data la sua posizione di primo piano, internazionalmente riconosciuta, nella gestione patrimoniale, la piazza finanziaria elvetica è oggi sotto i riflettori.

La piazza finanziaria elvetica si impegna altresì a favore dell’accesso ai mercati europei per la fornitura di servizi finanziari dalla Svizzera. La piazza finanziaria nazionale si contraddistingue per l’apertura verso l’estero e la regolamentazione esemplare. In questo senso e soprattutto anche a seguito dell’adesione agli standard internazionali dell’OCSE in materia di assistenza amministrativa, le discriminazioni unilaterali tra partner commerciali strettamente legati sono inaccettabili e devono essere evitate.